EGLI ATTENDE SOGNANDO

“Accetta il segnale” annunciò uno dei tecnici addetti al controllo dello stargate. “Uno dei pianeti con lo stargate chiuso?” chiese il generale Sandecker, avvicinandosi lentamente all’uomo seduto alla scrivania. “Si, sembra di si, signore” rispose il tecnico, ribattendo velocemente i dati alla tastiera, i valori erano ancora gli stessi. “E’ stato riattivato” annunciò infine. L’ammiraglio guardò per un istante lo stargate attraverso gli occhi scuri, poi tornò a concentrare la sua attenzione sul tecnico. “Prepari una sonda MALP” ordinò.

~~~~~

“Il pianeta in questione non ha una sigla come gli altri che abbiamo esplorato sin’ora” iniziò Alexandria, illuminando con un piccolo puntino laser rosso le immagine di una costellazione proiettate contro il muro della stanza dei briefing. “Esso fa infatti parte della serie di coordinate di Stargate ottenute grazie al modello costituito dal colonnello Jack O’Neill sotto il controllo della memoria degli antichi” continuò la donna “Fino ad ora non eravamo mai riusciti a contattare l’altro Stargate, almeno non fino alle 10.00 di oggi, quando il programma di richiamo automatico ha ricevuto una risposta positiva.” “Lo hanno dissotterrato?” chiese Damon. “No, in questo caso no” rispose Alex, cambiando l’immagine al proiettore. “Come sapete lo Stargate trasforma la materia in energia, inviandolo attraverso un tunnel per l’universo. In questo caso, per ragioni ancora ignote, lo Stargate di quel luogo non e’ in grado di ricevere nulla  se non per un breve periodo, circa una ventina di giorni, secondo i nostri calcoli” “Quindi abbiamo una finestra di circa tre settimane per esplorare quel posto, giusto?” chiese  il tenente Spencer. “Precisamente” rispose Alex, “La sonda MALP partirà tra poco meno di un’ora, poi andremo noi” “D’accordo, allora, muoviamoci.”

~~~~~

“La sonda non ha rilevato nulla di anormale, potete andare SG1, buona fortuna” gracchiò la voce del generale all’interfono. Blade inserì e disinserì la sicura del suo fucile, poi fece un cenno con la mano al generale, salutandolo. Un attimo dopo stava guardando un altro mondo. Lo stargate si erigeva al centro di quella che una volta doveva essere stata una magnifica città. Era un tempio, o qualcosa di simile, rifletté Blade. Le colonne erano altissime, molto più di grandi di qualsiasi cosa che avesse mai visto. Tutto in quel mondo era enorme, come se fosse stato fatto da e per qualche creatura molto diversa da un’ essere umano. Eppure tutto era distrutto. L’intera città non era che un cumulo di rovine parzialmente seppellite dallo scorrere del tempo. Lo stesso tempio in cui si trovavano doveva essere stato colpito più volte, per terra c’erano decine se non centinaia di frammenti di pietra del tetto, delle colonne spezzate. Ovunque gettasse lo sguardo tutto era distrutto. “Cosa e’ successo in questo luogo?” chiese infine l’uomo. “Non ne ho idea” rispose Hawk, a pochi metri da lui, intenta ad osservare una strana colonna, assolutamente diversa da tutto quello che si avevano visto fino ad allora. “Cos’e’?” chiese Reiko, avvicinandosi. “E’ scritto in goa’uld” annunciò la donna “dice di andarsene, che in questo posto risiede….” “Risiede ?” la esortò Blade. “Il male, signore, il male” “Reiko, Diablo, date un’occhiata qui attorno, cercate di trovare segni di superstiti.” Ordinò Spencer, poi si avvicinò ad Hawk. “Il male?” chiese sottovoce. “Si, direi di si, signore” rispose lei, mostrando uno strano simbolo all’uomo. “Puoi dirmi cosa ha distrutto questa civiltà?” chiese Blade. “Non posso esserne sicura, ma credo che siano stati i goa’uld” disse lei “devono aver colpito dallo spazio” “Lo pensavo anch’io” rispose Blade “I resti sono simili a quelli che abbiamo visto in altri mondi da loro distrutti”  “Sicuramente questo luogo e’ molto antico” osservò Hawk “Forse addirittura più delle piramidi” “Cosa vuoi dire?” chiese Blade. “Che questo mondo potrebbe essere stato distrutto prima che Ra arrivasse sul nostro pianeta.” Rispose la donna. “Quanto prima?” “E’ impossibile stabilirlo”  Blade si ritrovò a fissare il cielo scuro del pianeta, carico di nubi prive di pioggia. Quel mondo era stato distrutto e lasciato alla desolazione, senza che nessuno ci mettesse più piede per migliaia di anni, nulla sembrava essere sopravissuto. La radio gracchiò all’improvviso, strappandolo ai suoi pensieri.“Abbiamo trovato qualcosa” disse Diablo dall’ interfono. “Arriviamo”

~~~~~

“Il sito in questione era l’unica costruzione ancora in piedi” spiegò Hawk, mostrando degli scatti fotografici. Sandecker osservò le foto in silenzio, tentando di immaginarsi come doveva essere in realtà quella struttura. Si trattava di una enorme piramide, alta due volte quelle terrestri. La cosa che spiccava su tutto era quel colore verdastro e malsano che sembrava impregnarla. “La base della piramide e’ grande circa il doppio rispetto a quelle terrestri, non sembra essere stata costruita con gli stessi materiali di cui erano composti gli altri edifici” continuò Alex “Anche l’architettura e’ diversa, molto simile ma diversa” “Cosa c’e’ all’interno ?” chiese infine il generale. “Sulla porta c’e’ un sigillo, le scritte sono in Goa’uld, e riportano lo stesso avvertimento” rispose Alex “All’interno c’e’ una fonte di energia al Naquada, che tiene attivo uno scudo intorno alla costruzione, ci vorrà tempo per poterlo disattivare” “La struttura e’ di costruzione Goa’uld, quindi?” chiese ancora il generale. “Riteniamo di si” rispose il colonnello Spencer, intromettendosi nel discorso “Anche se non e’ ancora chiaro come mai abbiano distrutto il pianeta per poi costruirci quella struttura ed abbandonarla” Sandecker guardò Alex, per poi tornare a posare lo sguardo sull’intera squadra.  Infine disse “Ora andate, domani contatteremo i Tok’ra e vedremo di venire a capo di questa storia.”

~~~~~

La macchina scura scivolò silenziosa nel box accanto alla casa, Paul scese in silenzio, badando appena alla serranda automatica che si richiudeva. Attraversò la porta che dava sul soggiorno, chiudendola alle sue spalle. Un secondo dopo la stanza era completamente illuminata da due grossi lampadari a muro. Paul proseguì verso un grosso mobile su cui poggiava un enorme acquario. Inserì altro cibo nella mangiatoia automatica e rimase per quasi un minuto ad osservare lo spettacolo di colori che si scatenò quando il mangime toccò l’acqua. Si guardò intorno, osservando con una certa punta di curiosità la segreteria telefonica, c’era un messaggio. Controllò il numero, poi fece per sentire il messaggio. Si bloccò un istante prima, come ricordandosi all’improvviso di qualcosa. Premette il tasto Cancella. Dopodiché sprofondò sulla poltrona, agguantando un libro rilegato appoggiato sulla mensola più vicina. Ne lesse il titolo, cercando di ricordare quando e dove ne era venuto in possesso. Sorrise a quei ricordi, poi ne apri la prima pagina, ricominciando a leggerlo. Un’ora dopo giaceva addormentato sul divano, con il libro abbandonato a terra. Suoni e oscurità si annullarono all’improvviso, gettandolo in un perfetto bianco frattale. Si guardò intorno, perso nei suoi stessi sensi, nulla aveva senso, spazio o dimensione. Non esisteva più nulla, neanche la materia stessa gli sembrò avere più senso in quell’istante. Poi, improvvisamente qualcosa comparve con la forza dirompente di un maglio. Immagini, suoni, sensazioni, ricordi non suoi, ricordi di qualcosa. Questo lo avvertiva chiaramente, non di qualcuno, di qualcosa. Poi il buio, un buio profondo, silenzioso ed inviolato. Si guardò ancora attorno, incapace di proferire un pensiero compiuto. Sentì il panico salire, lo sentì mentre cercava di impossessarsi di lui. Si concentrò per respingerlo, sentendo solo di aver rimandato l’inevitabile, qualcosa era li, con lui, in lui. Poi apparve un’altra immagine, nel buio. Un libro antico, troppo antico perché lui ne distinguesse i simboli. Eppure lo guardò, facendo scorrere le pagine, osservando quelle immagini, immagini abominevoli di mostri e demoni, di esseri spaventosi fuori dal tempo e dall’universo, esiliati affinché non potessero più fare ritorno. Il libro sparì all’improvviso, lasciandolo nel buio. Di fronte a lui restava solo quell’immagine orribile di un mostro enorme, di un colore verde chiarissimo, con il volto da polipo e due ali demoniache sulla schiena. Senza sapere come si ritrovò a pronunciare il suo nome, Cthullhu. Poi l’essere comparve dinnanzi a lui, ruggendo una frase in una lingua antichissima. Paul Yacon si svegliò di soprassalto, gridando grondante di sudore. Rimase in silenzio per quasi un minuto, con gli occhi chiusi, ripetendosi che si trattava solo di un incubo. Quando apri gli occhi si rese conto di aver scritto una frase su un foglio, decine se non centinaia di volte. “Il divino Cthuhu, nella sua dimora di R'lyeh  attende sognando” Passò un’ora a guardare quel foglio, incapace di trovare una spiegazione logica per quanto era accaduto. Lentamente riesaminò l’accaduto, quel sogno folle, senza riuscire a trovare una risposta, una sola, necessaria, risposta. Poi si alzò, cercando di richiamare alla mente qualsiasi cosa gli ricordasse quel nome.