DIVINITA'

Rimase fermo, immobile, costringendosi a fissare ciò che aveva dinnanzi. Non riusciva crederci, poteva essere vero? poteva davvero quel cerchio di pietra creare ciò che aveva creato? Eppure non stava sognando, nonostante tutto non stava sognando, ne era più che certo, quelle iscrizioni nelle rocce del sotterraneo, quei vecchi manoscritti, antichi almeno sei o sette generazioni, e le leggende, che da secoli narravano di quell’oggetto mistico che poteva permettere la venuta degli dei. Ma il resto della leggenda? il demone malvagio, Baal, e la sua nemesi, i quattro eroi? poteva essere davvero arrivati attraverso quel cerchio di pietra? Le domande finirono col polverizzarsi un’ istante dopo, quando con un rumore sordo il cerchio iniziò a ruotare, fermandosi di tanto in tanto, per far scattare dei blocchi lungo la sua superficie.  Isaac osservò stranito i blocchi illuminarsi di una strana luce, mentre, come al rallentatore due dei suoi schiavi irrompevano nell’ antica stanza sotterranea, attirati dal rumore. Per Isaac il tempo continuò a dilatarsi, mentre anche l’ultimo blocco scattava, mettendosi in posizione, poi una luce azzurra eruttò nella stanza, annullando per un istante la tenue luminescenza delle torce poste in quell’enorme stanza sotterranea. Isaac balzò indietro, terrorizzato dall’ eruzione di energia azzurra che usciva dal cerchio, rimase inebetito nel momento in cui la luce tornò nel cerchio, invece di inseguirlo e divorarlo come diceva la leggenda. Si guardò attorno, cercando con lo sguardo la rassicurante presenza dei suoi schiavi, li vide qualche metro più vicini alla porta, che guardavano terrorizzati il cerchio di pietra. Isaac si assestò la tunica, per poi avvicinarsi alla cerchio, all’ interno del quale una strana magia sembrava aver proiettato una sostanza azzurra simile ad acqua. L’ uomo vi girò attorno, rendendosi conto che la strana acqua contenuta nel cerchio posto in verticale non aveva alcuna profondità. La sua mente si ribellò a quanto vedeva, tutto deve avere una profondità, si disse, mentre tornava sul lato che aveva deciso essere il davanti.  Allungò la mano, indeciso se sfiorare o meno la superficie, poi prese la sua decisione, ed allungò la mano.  Nello stesso istante una creatura comparve dalla sostanza blu, facendo perdere ad Isaac l’equilibrio. L’uomo ruzzolò a terra, gli sembrò di cadere per un’ora prima che il duro terreno di pietra lo riportasse alla realtà. Isaac alzò gli occhi, guardando la strana creatura che aveva di fronte. Metà uomo e metà bestia, con la testa come quella di un drago della mitologia. L’uomo trattenne il fiato, chi era costui  era il demone della leggenda? La creatura rimase immobile davanti allo specchio blu, guardandosi intorno lentamente, come per decidere se quel luogo gli piacesse o meno, poi deliberatamente iniziò ad avvicinarsi ad Isaac, che nel frattempo si era rimesso in piedi. Isaac continuò a guardare la creatura, incapace di staccarle gli occhi di dosso, l’essere indossava una strana armatura grigia, che gli arriva ai piedi, ed impugnava un lungo bastone scuro dall’aspetto ancora più strano. Quando la creatura iniziò ad avvicinarsi sentì un tremito di orrore, cosa voleva da lui? si voltò lentamente, cercando con lo sguardo i suoi servitori, erano fuggiti quando la creatura era arrivata, era solo.L’essere si fermò a pochi passi da lui, mentre altri due comparivano dal cerchio. “Come si chiama questo posto ?” chiese la creatura con una voce secca, per nulla umana. “Ernoth….” Ebbe la forza di sussurrare Isaac. “Io sono Matarael, servo del nuovo dio di questo mondo, Tabris” disse la creatura. Isaac sgranò gli occhi, cercando di capire cosa stava accadendo. “Tu non comprendi il potere di Tabris” gridò Isaac, la sua voce era cambiata, ora era più forte, più secca, meno umana. “Non puoi rivoltarti contro il tuo Dio eretico !” gridò l’ uomo avvolto nel saio, intorno a lui si strinsero quattro uomini armati di spada, le ultime guardie del villaggio. Isaac rise, rise con una voce sorda, roca, che non aveva più nulla da spartire con quella che aveva solo poche settimane prima, quando aveva trovato nel sotterraneo della sua casa quello strano cerchio di pietra. Alle sue spalle tutti gli abitanti del villaggio alzarono le torce accese, pronti a scagliarle contro la chiesetta di mattoni e legno. “Presto Tabris sarà qui, scegliete dalla parte di chi battervi, con lui o … morite…” Isaac alzò il braccio, puntando il palmo proprio contro i cinque che gli si stavano opponendo, indossava uno strano guanto con una pietra al centro, che iniziò a brillare di una strana luce gialla. Il parroco del piccolo villaggio la fissò inorridito, opera del demonio, pensò, mentre la forza in esso contenuto sprigionava una devastante onda d’ urto, colpendo in pieno i cinque. “Ammirate il potere di Tabris !” urlò Isaac, guardando con disprezzo i corpi ormai senza vita dei cinque sventurati. L’ ennesima crociata contro gli eretici, pensò Federico, il difendere i principi della fede dall’ eresia del mondo. Sterminare dei poveri contadini, aveva risposto una volta, era stato punito duramente per quella frase, sarebbe stato addirittura espulso se non fosse stato uno dei figli del re di Ernoth, ma il fatto non cambiava, le uniche battaglie erano ormai queste, attaccare e distruggere i villaggi degli eretici, tutto qui…. Avanzò, spronando debolmente il suo cavallo, un giovane destriero completamente bianco, regalo del padre, come del resto l’ armatura e la lunga spada affilata che portava alla cintura. Si guardò attorno, controllando che tutto fosse al suo posto, erano ormai di fronte alla città, un gruppo di case circondate da una palizzata di legno difesa da qualche forcone nel bel mezzo del nulla. La fanteria finì di posizionarsi davanti agli arcieri, per assicurare un’ assurda protezione di fronte ad un’ improbabile contrattacco, osservò quei soldati, fieri sotto le loro cotte di maglia e i bei mantelli di seta azzurra, dono del re per la vittoria contro i rivoltosi di Dolce Acqua, un altro villaggio distrutto da una forza troppo grande per essere contrasta, proprio come quella che Federico si preparava a scatenare contro quel villaggio. Il cavaliere spronò con più forza il cavallo, facendolo muovere attraverso le fila, fino ai cavalieri schierati alle spalle degli arcieri, si avvicinò ai suoi luogotenenti, De Kere ed Huntleig, suoi vecchi maestri e fidati amici. “Guiderò io l’attacco nel villaggio, voi tenetevi pronti ad aggirarlo e a colpirli quando fuggiranno per i campi.” Disse, i due annuirono silenziosamente, tornando a dare le istruzioni ai vari reparti, la cavalleria si divise in due parti. Federico di Infrost tornò a capo del suo esercito,alzando la spada al cielo, “Per la fede !” gridò, i suoi uomini risposero prontamente, lanciando lo stesso urlo di battaglia. Il cavaliere si voltò, tenendo alta la spada sopra la testa, “Arcieri, Incoccate !” gridò, sentendo l’ordine che veniva ripetuto alle sue spalle, decine di arcieri incoccarono una freccia lunga almeno un metro negli enormi archi da battaglia in frassino. “Arcieri, Tirate” gridò ancora Federico, le corde degli archi alle sue spalle furono tese, e gli arcieri presero di mira le piccole torri e le palizzate in difesa, mentre da ogni lato dello schieramento partivano staffette con una torcia, per accendere le pezza imbevute di pece avvolte intorno alle frecce della prima fila. Federico attese ancora un minuto, aspettando che tutto fosse compiuto, poi chiuse gli occhi in una preghiera silenziosa. “Arcieri scoccate !” gridò infine, abbassando la spada, come a lanciare le decine di dardi che si levarono alle sue spalle. Federico osservò i dardi che colpivano la palizzata e le case, appiccando fuoco e fiamme, passo un minuto prima che una selva di frecce si levasse dal suolo, colpendo ancora la città. Il figlio del re decise allora di provare la nuova arma che gli era stata affidata, si voltò, chiamando a se il suo aiutante di campo, “Usatelo” disse, indicando la collina. “Si mio signore” rispose l’ uomo, ritirandosi leggermente per poi lanciare il cavallo al galoppo verso il punto indicato. Le frecce continuarono a piovere sulla città a ritmo regolare per quasi venti minuti, rivoli di fumo scuro iniziavano ad alzarsi dall’ interno del piccolo fortino, prima che l’ uomo tornasse al galoppo. “Al suo ordine signore” disse con tono ossequioso. “Lanciate” Grido Federico, alle sue spalle l’ ordine fu ripetuto, fino ad arrivare agli addetti al trabucco, l’ ultima arma d’ assedio costruita dagli uomini per le loro guerre.  Un enorme masso si levò da terra, correndo verso la cittadella. Federico lo osservò, sorridendo, non aveva mai visto quell’arma in azione, attese che il masso atterrasse, guardandolo avvitarsi in una strana danza mentre precipitava. Poi esplose, senza ragione, a mezz’ aria, si disintegrò in migliaia di frammenti. “Che diavolo e’ accaduto ?” gridò Federico, nello stesso istante dalle torri difensive si levò un nugolo di frecce che cadde a pochi metri dalle prime file dell’ esercito reale. Il cavaliere perse la pazienza, la debole pazienza dei giovani, come l’ aveva definita il suo mentore, De Kere, “Fanteria !” gridò, alzando la spada, “Prendiamo il villaggio”  La fanteria iniziò a correre verso le palizzate, incitata dal figlio del loro sovrano che cavalcava di fronte a loro verso la palizzata. Un nugolo di frecce bersagliò la fanteria in avanzata, solo pochi caddero, le cotte di maglia erano troppo spesse per dei dardi scagliati con così poco forza e da così lontano. Poi accadde, Il portone si spalancò sospinto dalla forza di un solo uomo, alle sue spalle c’erano tre creature infernali armate di lunghi bastoni, Federico assestò un calcio al cavallo, preparandosi a colpire l’uomo con tutta la potenza della carica suo cavallo. Solo allora si rese conto che la battaglia era cessata. “Ammirate la potenza di Tabris !” gridò l’uomo, alzando gli occhi al cielo. Una luce accecante comparve tra le nuvole fitte di quella giornata di novembre, centrando la fanteria dell’ esercito Reale,  Federico osservò sconcertato i suoi uomini che venivano massacrati da una forza invisibile, alzò lo sguardo verso la collina, dove la sua armata era ormai in rotta, una strana palla di luce colpì la sommità, annientando il trabucco con i suoi manovratori. Federico non credeva ai suoi occhi. Uno strano oggetto comparve dalle nuvole, posizionandosi sopra il villaggio, l’unica cosa che il giovane principe riusciva ad udire era la risata di quell’uomo, spronò il cavallo, sarebbe morto da eroe, senza paura. L’ ultima cosa che vide fu il bastone di uno dei tre demoni che emetteva una strana luce giallastra, poi il buio e un grande dolore al petto. De Kere spronò il cavallo verso il suo pupillo, Federico, l’ aveva visto cadere, colpito da quel demone. Alzò gli occhi mentre cavalcava, qualcosa stava comparendo dalle nuvole, che la leggenda fosse vera ? forse Baal non era stato sconfitto… forse…Una strana luce azzurra comparve in mezzo al campo, tra lui e Federico, De Kere si tenne pronto. Di fronte a lui comparvero altri quattro demoni, e un uomo. L’uomo fermò il cavallo, aveva finalmente capito, non poteva più fare nulla per il suo pupillo, ma doveva farla per il suo re, per il suo popolo, girò il cavallo e lo sprono versò Infrost. Isaac si inchinò di fronte al nuovo arrivato. “Tabris, mio signore” disse. “Sachiel, servo mio, non inchinarti, ricorda, abbiamo ancora un mondo da conquistare” disse l’umo con voce demoniaca.